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 10/10/2006
LE VARIAZIONI DEL VERDICCHIO
...e l'anfora si fece vino...

Pensare a quello che era il verdicchio venti anni fa, ed al fermento che da almeno quindici anni si vive in queste colline pone di diritto questa denominazione tra le più dinamiche ed affidabili di tutto il panorama nazionale. Una comunicazione riuscita, un'immagine trasparente, ed un mercato che oggi premia i bianchi, dopo anni di “rossismo” esasperato, tendono la mano al successo di tutto il comprensorio.
In zona c'è entusiasmo, vivacità, un buona numero di aziende che hanno preso le misure ad un vitigno che per moti anni è stato solo sfruttato. Né spiato, né sperimentato, né studiato, ma semplicemente sfruttato.
Fino al 1980 il Verdicchio dei Castelli di Jesi ( quello di Metelica era ed è in ritardo, ma varrà la pena averlo atteso) era prodotto solo in anfora, peraltro senza alcuna ambizione qualitativa. La diluizione scriteriata che si ebbe in tutto il Paese durante la ricostruzione del colpì anche questa zona, che passò da uno stile di vinificazione artigianale ( con la macerazione pellicolare), ad uno decisamente industriale, interventista, che proveniva dalla scuola di Conegliano e che voleva vini bianco carta, svuotati di materia, privi di alcun interesse organolettico, peraltro “allungati e addolciti” dall'uso delle malvasie e dei trebbiani toscani, uve che davano più quantità, ma anche minor pregio organolettico.
E che tendevano ad appiattire il vino nella sua personalità.
Era il periodo delle anfore. Un periodo lunghissimo.
Solo nei primissimi anni '80, sei aziende storiche del comprensorio pensarono bene di affiancare all'anfora, fin qui l'unica bottiglia utilizzata per questo vino, anche una bottiglia bordolese, all'inizio con un vino ugualmente povero, poi con un liquido che col tempo arriverà all'attuale concetto di verdicchio.
Un vino che si è fatto più ambizioso, capace di dialogare senza timori anche con il conoscitore più attento ed esigente, trasmettendo qualcosa di forte. Di unico.
Siamo dunque agli anni '90, il periodo della svolta, del riscatto di una terra, le Marche, che hanno un talento assoluto per il vino di qualità. Basta pensare al Conero, al Piceno, alle piccole denominazioni satellite come Serrapetrona, Lacrima di Morro e in parte i Colli Pesaresi.
Tutti luoghi ancora non del tutto espressi. Ma per questo ricchi di tesori nascosti.

Un vino/vitigno che per anni ha goduto e oziato grazie un mercato disponibile verso vini dal prezzo conveniente e nulla di più e che oggi invece è di certo tra i più grandi bianchi della Penisola.
Certo c'è ancora il peso, ingombrante, della doppia personalità commerciale.
Da una parte vini senza peso né misura, senza un briciolo di personalità, venduti sugli scaffali a prezzi ridicoli, e dall'altra vini bianchi saporiti, dalla forte spontaneità minerale, dalla ricchezza interna magistrale, che non legano la propria qualità al “peso”o al prezzo, ma all'unicità del carattere.
I primi sono una vergogna. Inguaiano l'immagine di una denominazione che altrimenti avrebbe avuto ben altra considerazione.

Ma questa duplice identità ( che sfiora il trasformismo enologico) fa parte della natura del vitigno.
La molteplicità degli stili che trovi sul mercato sono l'altra faccia della stessa moneta. Questa volta positiva.
Da vino minerale, sottile, lievemente profumato, dal carattere aromatico proprio del verdicchio ( agrume, fiori, frutta bianca, mandorla), affinato in acciaio, a quello che si forma in legno, e chi esprime con un' energia ed una pastosità, che ricordano la Borgogna. Le versioni in legno, quelle migliori, invecchiano meglio. Non c'è dubbio. Ma ogni tanto perdono in carattere e sanno troppo di Chardonnauy. Non è un accusa, ma una percezione. Anche a pensare male si fa sempre in fretta…

Ma il filone “alsaziano” non è certo da meno. Le vendemmie tardive di Verdicchio sono state la più grossa novità degli ultimi dieci/dodici anni. Con o senza il contributo del legno, esprimono con un'intensità quasi violenta;
i profumi della varietà si fanno esotici, mielosi, speziati, ma perdeno qualcosa in termini di freschezza, di ritmo e di succo. Ma di certo guadagnando in estratti, in ricchezza di elementi. Ma il verdicchio ha il grappolo serrato, è sensibile al marciume, va seguito e custodito. Ci vogliono vignaioli seri. E per fortuna qui non mancano.

Fino a non molto tempo fa il limite del verdicchio ( sia di Jesi che di Matelica) era quello di presentare toni “verdi” eccessivi, acidità amare e poco nobili. Si tendeva a raccogliere prima delle piogge, e spesso a maturazione fisiologica non ancora avvenuta. Anche perché il grappolo del verdicchio, molto serrato, e la sua sensibilità verso il marciume acido e la botrite mettevono “fretta” e tensione al viticoltore.
Altro limite stilistico di molti verdicchio stava nel fatto che si “pressava” troppo, con conseguente ossidazione dei tannini e perdita di fragranza e armonia.
Oppure gli stessi bianchi carta degli anni '60/'70 non duravano mai oltre l'estate; il colore si incupiva e le sensazioni di verdura bollita, di fumo e di “amaro” prendevano il posto di quel “nulla” che c'era prima.

Oggi questi seri limiti sono stati superati. Alcuni di questi vini sono tra i migliori bianchi del Paese.
I migliori Verdicchio dei Castelli di Jesi ( per Matelica invece siamo agli albori, anche se il talento di questo territorio è indiscutibile) hanno sostanza, carattere, tensione, sottile vena aromatica.
Sono vini robusti, dotati sia sotto il profilo strutturale che dal punto vista più “spirituale” grazie ad una vena minerale che compare non di rado soprattutto nei migliori vini dell'alta valle dell'Esino ( Verdicchio di Matelica).
Non sempre sono vini solari, anzi, spesso riservano una personalità controversa, una certa rusticità, che aiuta, se contenuta, a fissarne l'identità.


I migliori produttori dei Castelli di Jesi?
Lucio Canestrari ( Fattoria Coroncino a Staffolo), , Giuseppe Bonci ( Vallerosa Bonci a Cupramontana), Carlo e Gianfranco Garofoli ( Gioachino Garofoli a Loreto Aprutino), Natalino Crognaletti ( Fattoria San Lorenzo a Montecarotto), Ampelio Bucci ( Bucci a Ostra Vetere), Michele Bernetti ( Umani Ronchi a Osimo), Patrizio Chiachierini ( Sartarelli a Poggio San Marcello), Alessandro e Andrea Perticaroli ( Laurentina a Montecarotto).
Io inizierei con questi, ma vale la pena visitare anche Colonnara a Cupramontana, Monte Schiavo a Maiolati Spuntini e Terre Cortesi Moncaro a Montecarotto. Tre cooperative sociali che da tempo lavorano con grande qualità, anche e soprattutto nei vini più semplici.
E Matelica?
Per chi ama i vini sottili, acidi e autentici, bisogna avvicinarsi con rispetto a quelli di Fabio Marchionni ( Collestefano a Castelraimondo), per chi invece ama il brivido del verdicchio evoluto, minerale come pochi, che ricorda gli Chenin della Loira, dovrà prima o poi provare quelli di Giuseppe e Pierino Bisci ( Bisci a Matelica). Ma anche quelli di Pagliano Tre, Belisario e Del Carmine confermano quante potenzialità ci siano in questo lembo di terra.
In parte da scoprire.
Diamoci da fare…

Francesco Falcone






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