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sabato 6 ottobre 2001 |
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AGRICOLTURA BIOLOGICA e non Biologico
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Testo tratto dalla Relazione tenuta al 56° Congresso Nazionale dell'Associazione Enologi Enotecnici Italiani dal sig. Orazio Franchi - Direttore tecnico Cantine Bosco del Merlo - Paladin & Paladin.
Voglio subito sgomentare il campo da un equivoco di fondo: il "vino biologico" non esiste, come non esiste "l'olio di oliva biologico", o il "Parmigiano biologico". Nemmeno lo yogurt, che come il vino è frutto di una trasformazione operata da microrganismi, è "biologico".
"Agricoltura biologica" quindi, e non "biologico",è il termine scelto dal legislatore per distinguere le produzioni ottenute nel massimo rispetto ambientale da quelle ottenute in modo convenzionale o eco compatibile.
Tra l'altro è previsto che la certificazione di prodotto riguardi solo ed esclusivamente le coltivazioni biologiche e non quelle eco compatibili, e questa non è una differenza da poco.
Allora è corretto parlare di "Vino prodotto con uva da agricoltura biologica" ottenuto quindi in vigneti dove si seguono le direttive previste dal Reg.CE 2092/91.
Non esiste invece attualmente alcuna norma che imponga particolari accorgimenti da applicare nella produzione del vino, se non quello di dimostrare, attraverso un rigido protocollo, di essere in grado di tenere separate e sempre identificabili le partite di prodotto ottenuto con uve bio da quelle ottenute da uve coltivate con metodi di agricoltura convenzionale.
Gli enti ufficiali che certificano le produzioni biologiche, hanno disposto forme di controllo volontario anche sui metodi di vinificazione e sulle pratiche enologiche, codificando una serie di comportamenti che non sono lontani da quelli abitualmente adottati in tutte le cantine moderne, dove il vino viene trattato prevalentemente con metodi fisici e il dosaggio dell'anidride solforosa tende ad essere contenuto verso valori sempre più bassi.
Anche l'etichettatura non si presta ad equivoci, poichè nelle bottiglie si può riportare solo la dicitura "Vino ottenuto con uve da agricoltura biologica", e la normativa che regola la materia è estremamente chiara e comprensibile.
E' innegabile però che in passato il termine "vino biologico" sia stato oggetto di speculazioni. Approfittando infatti della mancanza di una normativa chiara, sono stati messi in commercio vini non filtrati, privi di solforosa, decisamente pessimi, spacciandoli per vini biologici.
Fortunatamente il legislatore prima, e gli organi di controllo poi, hanno messo rapidamente fine a questo assurdo fenomeno.
Il vino ottenuto con uve da agricoltura biologica dunque è tutt'altra cosa.
E' un vino di qualità elevata, che frequentemente ottiene importanti piazzamenti ai concorsi enologici internazionali, prodotto con uve che provengono da vigneti dove non sono stati utilizzati anticrittogamici, insetticidi o diserbanti, quindi è un vino che non contiene nessun residuo di tali sostanze.
Alla Bosco del Merlo, azienda in cui opero, due anni fa abbiamo avviato una piccola indagine per verificare quale fosse, a livello di residuo di fitofarmaci, la reale differenza tra vini ottenuti con uve da aqricoltura biologica e vini ottenuti con uve coltivate in modo convenzionale.
Esiste in proposito una vasta letteratura, volevamo però acquisire anche delle esperienze dirette.ù
Per questo nell'arco del bienno sono stati presi in esame 44 campioni di vino: 23 da uve cinvenzionali e 21 da uve bio.
In ogni campione è stata ricercata l'eventuale presenza di 135 principi attivi, quelli maggiormente impiegati in viticoltura.
Diciassette dei ventitrè campioni di vino da uve convenzionali sono risultati positivi all'analisi per la presenza di residui antibotritici in dosi variabili dalle 35 alle 400 parti per bilione.
Nei vini provenienti da agricoltura biologica, invece non è stata rilevata la presenza di nessun pesticida.
Va detto che i residui riscontrati sono al di sotto della soglia massima prevista dall'attuale normativa per i vini da agricoltura convenzionale.
Su alcuni campioni positivi è stata ripetuta l'analisi dopo un anno, e i valori riscontrati erano risultati identici a quelli della prima determinazione.
Questa è una ulteriore conferma di un dato già noto, e cioè che tali principi attivi con il passare del tempo non si degradano.
Sappiamo per certo che in alcuni vigneti le cui uve hanno originato i vini risultati posotivi all'analisi, il periodo di carenza tra l'ultimo trattamento e la raccolta era stato rispettato.
A tale proposito considero che una viticoltura frazionata come quella italiana, dove la superficie media di vigneto è di circa un ettaro, dove è ancora diffusa la mentalità del fai da te, dove i controlli sul rispetto delle norme sull'uso degli antiparassitari non sono frequenti, è estremamente difficile verificare che tale periodo sia effetivamente rispettato.
Fare agricoltura biologica però non significa solo bandire l'uso di concimi chimici, di antiparassitari di sintesi e diserbanti.
Ridurre l'agricolura biologica solo a questo è restrittivo e non è nemmeno corretto.
Coltivare biologicamente vuol dire soprattutto lavorare in accordo con la natura, e non lottare contro di essa in modo indiscriminato come si è fatto per anni, compromettendo, talvolta in modo severo, l'ecosistema.
Significa anche ricercare continuamente nuove soluzioni tecniche che consentano di produrre uve di indiscussa qualità riducendo drasticamente l'impatto ambientale.
Condurre un'azienda con metodi di agricoltura biologica, nello specifico coltivare la vite con metodi biologici, implica soprattutto il dover operare delle scelte precise.
Scelte che fanno prevalere il rispetto e la cura non solo per la vite, ma per tutta la flora e la fauna presente nell'ambito aziendale.
Scelte che impongono anche sacrifici di natura economica: la coltivazione biologica, infatti, riduce sensibilmente le produzioni, di conseguenza se non vi sono delle precise convinzioni di fondo non si inizia a coltivare con metodi biologici.
Ovviamente, e non è certo un aspetto secondario, chi opera direttamente in campagna, quindi tecnici e operai, trae benefici dall'agricoltura biologica dal momento che non è esposto alla presenza di sostanze delle quali non si può negare la nocività.
La vite stessa rafforza i propri sistemi di autodifesa, e diventa un pò più resistente agli attacchi peronosporici.
Nel vigneto poi, si stabiliscono numerosissime colonie di fitoseidi che tengono benissimo sotto controllo i danni provocati dagli acari.
Per inciso da otto anni, alla Bosco del Merlo non abbiamo riscontrato un attacco importante di ragno rosso o ragno giallo, mentre altre aziende del comprensorio che praticano forme di lotta tradizionali trovano grosse difficoltà nel controllare questi parassiti.
Produrre uva con metodi biologici però non è un'impresa semplice, soprattutto al nord dove le cose si complicano a causa dell'elevata piovosità che rende abbastanza difficile il controllo delle infezioni peronosporiche.
Tale problema è strettamente correlato anche al contenimento del quantitativo di rame distribuito per ettaro di terreno. Il rame, metallo pesante, può dare nel lungo periodo problemi di fitotossicità. Per questo la Comunità Europea ha stabilito di ridurne gradualmente l'utilizzo.
Fortunatamente l'industria, che per anni si era completamente disinteressata all'agricoltura biologica, ci sta dando una mano. Oggi in commercio si trovano degli idrossidi di rame altamente micronizzati, che consentono un'ottima copertura della superficie fogliare anche a dosi molto basse.
Dal 1999, alla Bosco del Merlo, dopo la fioritura, intercaliamo con risultati eccellenti, trattamenti con prodotti rameici a interventi con argille speciali a pH leggermente acido contenenti silicati ed estratti di equiseto. Da questa'anno stiamo sperimentando anche un nuovo prodotto derivato dall'olio di soia che aumenta notevolmente la dispersione e l'aderenza del principio attivo, consentendoci così di allungare i tempi tra un trattamento e l'altro e soprattutto, di ridurre fino ad un sesto la dose del formulato.
Quali altri prodotti si possono usare, oltre al rame, nella difesa biologica dai parassiti animali e vegetali della vite?
Contro l'oidio, naturalmente si utilizza lo zolfo oppure un fungo antagonista:l'Ampelomyces quisqualis.
Per la difesa della botryte, dopo la fioritura e in chiusura del grappolo si utilizza ancora una volta un fungo antagonista:il Trichoderma harzianum ed in fase prevendemmiale bentoniti addizionate di solfiti alcalini.
La Tignola e la Tignoletta della vite si contrastano efficacemente trattando la vite due volte con il Bacillus Thtuoringensis.
Le concimazioni possono essere organiche, utilizzando letame o altri concimi organici pellettati e residui vegetali della lavorazione della frutta o della barbabietola, oppure minerali di origine naturale quali la Leonardite o la fosforite.
Si possono praticare concimazioni fogliari con prodotti contenenti azoto di origine organica ma anche ferro e boro.
Tutti i prodotti utilizzati in agricoltura biologica, sia per la difesa che per la fertilizzazione, devono essere compresi negli allegati del Regolamento 2092/91, e nello speciale elenco redatto dall'Istituto Nazionale per la Nutrizione delle Piante.
Chi controlla però che le regole del gioco vengano rispettate?
Il Ministero delle Politiche Agricole finora ha riconosciuto questa facoltà a nove enti di certificazione.
Ogni produttore biologico deve sceglierne uno che provvederà, con propri ispettori, a verificare che le norme di produzione siano rispettate.
Le spese per il controllo sono a carico dell'azienda, che versa all'ente una quota proporzionale agli ettari e al fatturato.
I controlli, quando sono relativi ad aspetti formali, ad esempio: rispondenza tra superfici dichiarate e quelle reali, sono concordati. Altrimenti sono a sorpresa, e riguardano la corretta compilazione dei registri degli acquisti e degli impieghi dei concimi e dei fitofarmaci.
Normalmente riceviamo dall'AIAB, nostro ente certificatore, dalle 3 alle 4 visite annuali.
Le regioni, attraverso gli Ispettorati Agrari e con funzionari specializzati, dipendenti direttamente dagli Assessorati all'Agricoltura, verificano a campione che i controllori operino in modo corretto.
Sotto il profilo economico, i costi di gestione di un ettaro di vigneto condotto con metodi di agricoltura biologica sono superiori di circa il 18 - 20% rispetto a quelli che si devono sostenere per condurre un ettaro di vigneto coltivato in modo convenzionale.
Questo aggravio va attribuito essenzialmente al maggior numero di ore di manodopera.
I maggiori costi di gestione e le spese sostenute per la certificazione sono in parte compensati dagli aiuti comunitari previsti per le coltivazioni biologiche. |
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